Breguzzo

di Venerdì, 13 Maggio 2016 - Ultima modifica: Martedì, 17 Maggio 2016
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Breguzzo è stato un comune di 573 abitanti della provincia di Trento. Dal 1º gennaio 2016 si è fuso con i comuni di Bondo, Lardaro e Roncone per formare il nuovo comune di Sella Giudicarie.

Altitudine: 798 mslm

Superficie: 34,89 kmq

Abitanti: 573 (28 febbraio 2015)

Origine del nome Breguzzo 
Il toponimo appare nel più antico documento scritto relativo alle Giudicarie. Si tratta del testamento di Notkerio, vescovo di Verona datato 15 novembre 927, dove il presule cita le “decanias meas proprias quam habeo in Judicaria Summa Laganensis in locis et fundis ... Bruguzio et Bundo ...".
Breguzzo è un toponimo che ha assunto diverse forme nel corso del tempo.
La molteplicità delle forme deriva dalla presenza di due filoni: celtico risalente ai Galli Cenòmani e germanico risalente ai Longobardi che offrono due chiavi di lettura.
É da ritenere che si debba originariamente risalire alla base celtica "brig" che significa monte e che ci ricorda come i Galli, su molte rupi che portavano il nome di Berghem o simili, veneravano anche con sacrifici il loro dio Bergimos. Si ha anche un riscontro con il germanico "berg" di epoca longobarda.
Non si può peraltro del tutto escludere anche una derivazione posteriore dal germanico di epoca longobarda "burg" dal significato di villaggio fortificato che si rispecchia nel tardo latino "burgus".
Non sono mancate altre ipotesi che non si sa se definire originali o fantasiose come quella che vorrebbe una derivazione da "Breg" fessura che richiama il provenzale "brega" (rissa) da cui il qualificativo "bregous" con valore di litigioso, rissoso. Oppure l'altra che vorrebbe una derivazione dal tardo latino di area gallica "brucus" (provenzale "bruguiera") nel significato di brugo (erica) e brughiera.
In un elenco di nomi tedeschi del Sudtirolo, pubblicato a Vienna nel 1916, Breguzzo è riportato come "Bruckhaus" che letteralmente significa casa del ponte.
Per concludere una etimologia popolare e stravagante che risale ad una leggenda secondo la quale Breguzzo sarebbe stato fondato da un carbonaio che indossava pantaloni molto larghi ossia delle bragaze. Vi è però un nesso linguistico in quanto i romani con l'aggettivo "bracatus" designavano sia chi indossava brache sia il barbaro; infatti i barbari usavano questo indumento. Inoltre sempre i romani, appunto per via dell'abbigliamento, chiamavano alcune tribù galliche "Bracate".

Breguzzo, Bondo e Bolbeno, ai quali si sono aggiunti in un secondo tempo i nuovi nuclei abitati di Zuclo e di Giugià, hanno fatto parte, per un periodo lungo ed importante della loro storia (oltre 350 anni), di una immunità o territorio immunitario, del Capitolo (collegio dei canonici) del Duomo di Verona, racchiuso nell'ambito geografico del territorio trentino ma in diretto rapporto con l'imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica e quindi sottratto alla potestà del Principe Vescovo di Trento.
Molto più ampia è stata invece l'immunità concessa al Capitolo di Verona la quale, oltre a riguardare il "fodro" od "albergaria" (ossia il diritto del signore in viaggio di esigere dalla popolazione vitto e alloggio per sè e foraggio e stallaggio per i cavalli), comprendeva il potere impositivo per tutte le entrate pubbliche e quello giudiziario sia per l'alta che la bassa giurisdizione cioè sia in campo penale che civile. Ne consegue che il Principe Vescovo di Trento non poteva interferire in questo territorio che costituiva un'isola indipendente all'interno del principato. 
L'istituzione di questo territorio immunitario potrebbe farsi risalire ad un diploma dell'imperatore Berengario I, presumibilmente del 916 o del 918, che fa riferimento ad una donazione del vescovo Notkerio ai canonici del Duomo di Verona. Questo documento però è tenuto dai più per non autentico per vari motivi che non interessa approfondire in questa sede. 
I diritti dei canonici appaiono chiaramente in un documento di poco successivo ossia nel codicillo del 927 al testamento del vescovo Notkerio (915-928), con questo atto il vescovo Notkerio lascia le sue decanie di Breguzzo, Bolbeno e Bondo nella Judicaria Summa Laganense, con i suoi uomini ed i suoi diritti, all'Ospizio della città di Verona.
Dopo il diploma con il quale Ottone II nel 983 riconosce una giurisdizione immunitaria del Capitolo, nel privilegio concesso da Enrico II nel 1014 i tre paesi di Bondo, Breguzzo e Bolbeno sono espressamente confermati tra i beni dei canonici
veronesi mentre la più ampia e chiara convalida dei loro diritti immunitari è espressa nel diploma del 1047 di Enrico III ed in quelli degli imperatori che gli sono succeduti. Secondo i termini giuridici del tempo, il Capitolo venne così a godere della "plenaria jurisdictio" detta anche "merum et mixtum imperium" ossia della più ampia giurisdi­zione. Inoltre sempre i romani, appunto per via dell'abbigliamento, chiamavano alcune tribù galliche "Bracate".

Fin dai tempi antichi la VaI di Breguzzo è stata oggetto di attività minerarie.
Nel secolo scorso e precisamente nell'anno 1855, vennero iniziate ricerche nella zona del Canale di Coel, al confine tra i comuni di Bondo e Breguzzo, relativamente a minerali di piombo. Le prime risultanze si palesarono favorevoli per cui venne costituita una «Società Libera di Indagine» sotto la guida del dotto Pietro Rizzoli, Avvocato in Tione, che acquista l'im­mobile denominato Maso alla Maltina per farlo tornare alla sua antica de­stinazione di «Forno» per minerali.
Sulla spinta dei ritrovamenti di minerale definito anche plumbeo-argenteo e della facilità dei traffici dovuta all'apertura delle grandi strade «concorrenziali» per Brescia e per Trento, nel 1861, per passare dalla attività di ricerca a quella vera e propria di sfruttamento, viene costituito il «Consorzio Montanistico della Miniera di S. Pietro in VaI di Breguzzo».
Il capitale viene sottoscritto da nominativi di Tione, i promotori, tra cui il negoziante Miradio Saletti, Giuseppe Venini, proprietario della grande vetreria, il già citato Dott. Pietro Rizzoli ed il Dott. Alessandro Boni, a quel tempo avvocato a Cembra.
Di Breguzzo il commerciante Pietro Bonazza e Guglielmo Tribus, qui residente in quanto Direttore montanistico, ossia minerario. Gli altri soci erano principalmente di Trento con l'aggiunta di alcuni bresciani e berga­maschi.
Il Consorzio aveva come scopo sociale di escavare le miniere di piombo, rame, argento e d'altri metalli rinvenibili, che esistessero nella valle dell' Amò detta di Bre­guzzo, distretto politico di Tione, Principato di Trento (definizione questa di puro valore storico), Provincia del Tirolo ... (dallo Statuto del 21 novembre 1861)
Nel 1862, sotto la direzione tecnica dell'Ing. Giacomo Tamanini, inizia l'attività industriale. In località Dispensa, alla confluenza del torrente Roldone nel torrente Amò, viene eretta una solida ed ampia costruzione in granito dotata di impianto di frantumazione del minerale ed utilizzata anche come magazzino.
La miniera si articolava in 9 gallerie, della lunghezza complessiva di 2,5 chilometri, situate principalmente nella zona tra il Canale di Coel e Malga Acquaforta, sulla sinistra del torrente Amò. Una galleria si trovava a Cimbèrt nei pressi di Pont'Arnò ed altra a Valagosta, entrambe sulla de­stra del torrente Amò.
Le due gallerie principali erano quelle denominate di Santa Maria e di San Pietro (nome anche del «Consorzio») situate lungo il Canale di Coel.
I minerali estratti erano costituiti da galena di piombo e da pirite di ferro; la prima venne inizialmente ritenuta argentifera ma proseguendo negli scavi la percentuale di metallo nobile andò calando fino a scomparire del tutto.
L'estrazione del minerale, la sua lavorazione ed infine la raffinazione dei metalli, dopo i successi iniziali, procedettero per diverso tempo con alterna fortuna fino a quando, a causa della progressiva maggior povertà del materiale scavato, i costi divennero sempre più alti dei ricavi portando al fallimento dell'iniziativa. L'attività cessa completamente nel 1867.
A contribuire all'ingloriosa fine di questa impresa che sembrava inizialmente votata al successo, furono anche le mutate condizioni politiche dopo i fatti bellici del 1866 che portarono ad un forte rialzo dei dazi doga­nali impedendo di fatto l'esportazione dei prodotti verso l'Italia.

In Breguzzo, alle ore tredici del 29 aprile, assenti donne e ragazzi al lavoro nei campi ed in valle e presenti solo vecchi e bambini, si sviluppò un disastroso incendio che in poco tempo distrusse due terzi del paese. Si trovarono coinvolte le case a nord della fontana grande senza che vi si potesse porre rimedio a causa del fortissimo vento che soffiava in direzione sud-nord. Le fiamme raggiunsero anche la Chiesa distruggendo la cupola del campanile - allora costituita da una «cipolla» in rame con armatura interna in legno come quella tutt'ora esistente a Bondo - bruciando il castello delle campane che caddero senza però rovinarsi.
Il fuoco venne alla fine domato dai pompieri di Breguzzo coadiuvati da quelli di Tione, ma ormai il gran danno era fatto. La Canonica e gli Uffici comunali vennero trasferiti mentre la gente si portava nei fienili sul monte o nelle case rimaste indenni e perfino negli avvolti delle case bruciate. Fortunatamente in tanta disgrazia non vi furono vittime umane.
A testimonianza dell'incendio e della successiva ricostruzione sta la lapide murata nel 1927 sulla facciata della casa comunale con questa scritta:
DEVASTATA DALL'INCENDIO DEL 29 APRILE 1915 - BREGUZZO - SALUTO FRA LE ROVINE - IL 3 NOVEMBRE 1918 - ALBA FA TIDICA DI REDENZIONE - RISORSE A NUOVA VITA - PER LA TENACE VOLONTA DEL POPOLO - COL VALIDO AIUTO DEL GOVERNO NAZIONALE - IL COMUNE RICONOSCENTE QUESTA MEMORIA AI POSTERI ­MCMXXVII.

Sull'origine dell'incendio è preziosa la annotazione di Don Degara, pienamente confermata dalle testimonianze verbali ora raccolte: «L'incendio fu accidentale causato da due bambine di pochi anni e precisamente dalle sorelle... nella casa appunto dove partì l'incendio giocando coi zolfanelli; il padre era richiamato e la madre... era in campagna».

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